Precarie, Recintate, Munte.
Il Toro, Eris e che fine ha fatto l’abbondanza nel capitalismo.
Questo mese parlo di svalutazione, di quella chimera dell’“autostima”, di sostanza, performatività, scarsità ed un sacco di altre robe che hanno a che fare con l’energia del Toro. Nella seconda parte ti attacco un pippone che mette in relazione l’archetipo del Toro con il sistema economico fondato sul capitale.
Ovvero mi esibisco in vorticamenti che mettono in relazione Cerere alla forza-lavoro, Eris alla rendita da proprietà ed altre cose da nerd dei processi complessi.
Perché io a Paolo Fox je vojo sempre bene, ma il mio posto nel mondo è un altro.
Dura circa 13 minuti e utilizzo sempre il femminile sovraesteso.
Te lo immagineresti che dietro ai conti che ti fai mentre fai la spesa al supermercato ci sono le memorie di fame di tuo nonno? O quell’azzuffata che tua madre si è fatta con la sorella per l’eredità di un vecchio zio?
Quel calcolo che ti fai davanti allo scaffale? “vabbè, prendo l’altro che costa meno”.
O l’amica che ti dice “regaliamoci una bella cena”…e tu calcoli prima di chiederti se ti va.
A lavoro ti chiedono di gestire una nuova cosa, e tu impazzisci perchè ti sembra di non essere abbastanza titolata.
Oppure i brividi che ti vengono quando pensi che dovresti cambiare lavoro, o metterti in proprio, ma solo all’idea dell’instabilità da affrontare ti senti male.
Tutta questa roba è in qualche modo collegata all’energia Toro. E ti garantisco che non è davvero una questione di soldi… o almeno, non solo.
L’architettura della svalutazione
Ogni giorno gran parte delle persone che conosco spendono infinite energie: prima a screditarsi, autovalutarsi e dirsi che non sono adatte, poi a cercare di incoraggiarsi e convincersi che si meritano di più…a dirsi che la loro autostima è sotto i piedi e che dovrebbero migliorarla facendo come Tizia, leggendo mantra in giro, convincendosi che sia una questione di mindset.
Te la metto così: questo processo dispendioso di svalutazione è un’architettura interiore.
Qualcuno la chiamerebbe ancora “tratto caratteriale”: non lo è. E soprattutto non è “sono fatta così, che ce posso fa’!”
La chiamo così per sottolineare quanto e come quella voce che ti dice non meriti, non ti spetta, fai poco, non è abbastanza, sia perfettamente aggrovigliata alla materialità quotidiana della tua (e quella della tua famiglia) storia di lavoro, di competenze, proprietà e contese fratricide per un posto in famiglia.
Quella che fa partire il calcolo, lo sconto a te stessa, l’auto-riduzione preventiva, che ti fa lavorare il triplo per “essere all’altezza”. Pure quella che ti fa ringraziare per quello che dovrebbe essere ovvio:
viene da tutte le volte che la tua natura semplice non fu nutrita e incoraggiata, ma fu invece screditata, ridicolizzata, disprezzata.
Da questo punto nasce l’architettura:
“se la mia natura semplice non va bene, dovrò andare a cercarne conferma all’esterno”
”Dovrò assicurarmi un posto, perché non me lo assicura nessuno. E dovrò assicurarmelo attraverso la conquista di qualcosa che non è in me, ma che è fuori di me. Allontanandomi quindi dalla mia “natura” in favore di titoli, lavoro, proprietà e tutto ciò che possa garantire in qualche modo il tenermi il più possibile lontano dall’instabilità.”
Insomma: No, al Toro nun je piace magna’. La sua tensione è cercare qualità, perché dentro la sente mancare:
la svalutazione nasce dalla disconnessione dall’essenza (segnatela questa).
L’archetipo del Toro
Quella del Toro è l’energia della sostanza.
L’avere viene dopo, a cascata.
La sua domanda, prima di tutto, è letterale:
di che cosa sei fatta, quale materia ti compone, quale qualità sei.
Tra la domanda di Saturno e quella di Eris (pianeta principale del Toro, di cui si parla ancora troppo poco) c’è uno scarto significativo.
Saturno ti chiede come si costruisce una forma.
Eris si appoggia sulla soglia di casa tua, ti guarda e ti chiede:
ma di che cosa è fatta questa forma? E tu, di che cosa sei fatta tu?
Lei vuole l’embodiment. Parolona inglese che vuol dire una cosa…vebbè, non così semplice:
lo spirito che si fa corpo.
L’esistenza che si condensa.
Prende peso, prende posto, forma, si dà spazio: mette la qualità che sei dentro la materia che hai.
Quando questo movimento riesce, ti senti. Praticamente riconosci dentro di te le stesse qualità che vedi fuori, in Madre Natura.
Sei abbondante da permetterti di farti vedere così come sei. Mica perché ti sei fatta il lavaggio del cervello coi mantra autosuggestionanti: lo senti che lo sei. Punto.
Quando si inceppa, ovviamente è tutto un altro paio di maniche.
Nel mito Eris arriva come la Dea esclusa che vive precaria nel bosco: figlia di chissà chi, senza genitori riconosciuti, senza eredità, senza posto al banchetto degli dei.
È l’orfana cosmica.
Vive in una catapecchia nel bosco mentre tutti gli altri si sposano. Non sa rispondere alla domanda “di che pasta sono fatta” perché nessuno gliel’ha mai detto.
Nel mito più famoso si presenta alle nozze di Teti e Peleo, a cui non era stata invitata, e fa rotolare in mezzo al banchetto una mela d’oro con scritto “alla più bella”.
Hera (Giunone), Atena (Pallade) e Afrodite (Venere) se la contendono fino a scannarsi. Da quella contesa, considera, che parte la guerra di Troia (per dire).
Però pensa un attimo a quello che fa Eris esattamente:
È esclusa, non sa di che pasta è fatta, e allora porta agli altri lo stesso problema. E le dee ci cascano.
La mela è un valore esterno che va a compensare un valore che manca dentro, un’attestazione, un riconoscimento.
“Vi porto nella stessa condizione in cui mi sento io”, dice Eris, no?
Quella mela ferma sul tavolo è l’origine del “non so bene quali sono i miei talenti e come posso vivere di quelli”.
Strategie di difesa
A questo punto il fatto prende due direzioni, come al solito. Sembrano opposte, ma hanno la stessa identica funzione: “proteggere” la ferita.
a) La prima è ammucchiare. Di tutto.
Titoli, soldi, oggetti, proprietà, certificazioni, performance, follower, premi, complimenti. Più ce n’è, meglio è. Ti dici che è ambizione, dedizione, rigore, voglia di farcela…In parte è vero. Sotto però, se gratti un po’, c’è quell’architettura di prima: ogni acquisto e ogni titolo che ti porti a casa sono una mela d’oro che metti tra te e il “non vali”.
Lavori il triplo per essere all’altezza. Studi un altro master perché quello di prima “non basta”. Compri una giacca nuova prima di una riunione importante. Ti spezzi la schiena su un progetto che potevi consegnare la settimana scorsa, ma non lo molli perché deve essere perfetto.
Sembra produttività, no?
È compensazione.
E intanto la vita passa (il corpo si accartoccia, il sonno diventa più superficiale, ecc). La macchina del mondo non si ferma, e tu ti adegui.
Perchè se riemerge la domanda di Eris (“di che pasta sono fatta, io, sotto tutta questa roba?”) poi la pagnotta chi la porta a casa?
Ecco qui che vai a cercare un altro corso, o la procedura esatta per fare le cose senza che nessuno ti possa dire niente. Inattaccabile.
b) La seconda direzione è l’esatto contrario: “Non chiedo niente”.
“Va bene così, tanto a me non serve”.
È anche il farsi pagare la metà perché chiedere il giusto ti fa sentire avida.
Oppure l’orgoglio di portare un vestito vecchio come se fosse una virtù, la cena al ristorante che depenni prima ancora di leggere il menu, o i pasti che mangi sulla base di ciò che costa meno.
È il “non prendo per non disturbare” o rifiutare il complimento prima di averlo sentito. Da fuori sembra umiltà.
Pari quasi San Francesco: “Ho capito che non sono i soldi a rendere felici”.
Sì, certo, ma attenzione alla trappola perché dietro ci possono stare energie di rinuncia, memorie di scarsità intrecciate con l’orgoglio, disprezzo dell’abbondanza perché associata a prevaricazione o senso di profanazione di qualcosa di sacro. Quindi diventa una specie di austerity preventiva.
Tante donne che conosco vivono da questo lato:
fanno della rinuncia il loro lasciapassare verso il mondo, per garantirsi una vita con meno frizione. Credono che sia adultità o umiltà.
Quello che voglio farti vedere ora è che queste due polarizzazioni sembrano lontane anni luce fra loro, una contro l’altra.
Una accumula, l’altra rinuncia.
Una ha fame e mangia pure il piatto dell’altra, l’altra ha fame e non mangia per conservare la purezza della disintossicazione.
Entrambe non sanno quanto e cosa potrebbero mangiare per sentirsi veramente nutrite.
Compensano la sostanza mancante con un comportamento che le distrae. Connessione con se stesse zero: solo una storia efficace da farti dimenticare la domanda.
Per entrambe c’è un effetto collaterale e una tendenza al posizionamento del sistema economico in cui viviamo:
una produce e consuma senza fermarsi mai. Agogna alla stabilità.
L’altra si accontenta, rinuncia per non stare in mezzo al casino, non rivendica, convive con la scarsità.
Il capitalismo le ama tutt’e due.
L’energia chiave
Ok, ora la chiave. La postura chiave.
Eris “guarita” non contende, sa chi è, sa da dove viene, ha un posto in quel banchetto matrimoniale. E anche le tre Dee sanno benissimo chi sono, e non hanno bisogno di contendersi la mela per dimostrarlo. Lo sentono dentro e onorano le proprie origini.
Madre Natura è abbondante e grandiosa, ed è in grado di fornire nutrimento per tutti. È come lo distribuiamo sistemicamente che sballa tutto.
Quando questa cosa la senti (anche solo per qualche secondo, a tratti), inizi ad avere più chiaro qual è il tuo posto nel mondo.
Guardi la storia tua, quella della tua famiglia e capisci chi sei, anche in relazione a loro. Non devi dimostrare, né compensare.
Puoi chiedere ciò che è tuo senza dover giustificare la richiesta.
Offri senza sentirti vuota o con la paura di rimanere senza.
Ti tieni ciò che è tuo senza colpa.
E mo tu dirai: “eh, sì, bello tutto, ma come faccio?”
E io ti rispondo: “Di certo non fai con un respiro profondo”.
Per carità, i respiri profondi salvano la vita, ma purtroppo questo tipo di postura si costruisce. Non si impara leggendo un libro, né tantomeno leggendo queste parole magiche.
Però si può costruire.
Osservi, ci lavori, la senti una volta, la riconosci, la perdi, la ritrovi. Ogni volta torna un pezzo più stabile. Ed ogni passo che fai torni verso la tua sostanza inalterata e semplice. E smetti di vivere mettendo te stessa all’asta.
Da dove viene il sistema di scarsità attuale e perché ha bisogno di mungere
Detto ciò, c’è anche, sempre, il piano politico e collettivo.
Il sistema in cui viviamo oggi ha un inizio storicamente collocabile in Occidente. Possiamo dire (per chi ha bisogno di una collocazione precisa) che si stabilizza tra il Cinquecento e il Seicento europeo, anche se i prodromi vengono da prima e gli effetti ci scorrono dentro adesso.
Silvia Federici, nel suo Calibano e la strega, racconta come funziona la cosa.
C’era, in Europa, un mondo contadino che si reggeva sui beni comuni: terre collettive, boschi, pascoli, fiumi a cui tutti potevano accedere per pescare, tagliare legna, far pascolare le bestie, raccogliere erbe.
Non era il paradiso, era un equilibrio precario e povero, ma le persone avevano accesso diretto a quello che serviva per vivere.
Poi qualcosa rompe gli “equilibri” trovati lungo tutto il feudalesimo.
Chi possedeva la terrà cominciò a recintarla:
arriva la enclosure.
Recinti fisici, muri e siepi non hanno più permesso alle persone che fino al giorno prima ci entravano di metterci piede.
Quelle persone vengono dichiarate trespassers (sconfinanti, abusive) sulla stessa terra che le aveva sostenute per generazioni.
Quindi, di colpo, senza più accesso alla terra e alla sussistenza, si ritrovano con l’unica cosa da vendere per sopravvivere:
il proprio tempo e il proprio corpo.
La propria forza. Da quel momento nasce il lavoro salariato come lo conosciamo e l’archetipo di Cerere assume i caratteri e i significati di oggi:
il lavoro per il pane diventa l’unica via per chi non ha accumulato capitale.
Federici aggiunge anche un pezzo fondamentale, e direttamente collegato al fatto che l’energia del Toro, della natura, della “Madre Terra” sia storicamente “femminile” (femminile significa magnetica, non “che performa come le donne”….ma su questo probabilmente dovrò scrivere altrove).
Quel movimento di esproprio (tolgo dal possesso, dalla proprietà, dalle cose che danno stabilità e nutrimento) ha colpito i corpi femminilizzati in modo specifico, dando inizio, poco dopo, alla Caccia alle Streghe.
Mentre si recintava la terra, e dalla sussistenza si passava al lavoro salariato, la società poco alla volta riorganizzava le sue funzioni, ed il sapere ancestrale tradizionalmente associato alle donne iniziò ad essere indice di stregoneria.
Niente eccesso di superstizione medievale: pedagogia di Stato.
Si processano, si torturano, si bruciano migliaia di donne (soprattutto le levatrici - ah, non ti ho detto che Eris è anche il pianeta dell’Utero -, le erboriste, le guaritrici, le contadine che conoscevano i metodi anticoncezionali popolari).
Il sapere femminile-popolare viene criminalizzato per fare spazio alla medicina maschile, ufficiale. Da lì in poi le donne partorienti iniziarono a essere seguite dai medici (uomini) e non più dalle levatrici.
Il corpo delle donne è ripulito dalla “promiscuità della stregoneria” e spinto in casa alle funzioni di cura e riproduzione.
Pallade ferita su scala continentale. Eris e Cerere ridotte a macchine di produzione della vita.
Tutta questa storia resta nei corpi sopravvissuti delle nostre antenate, e nella memoria collettiva, e si tramanda di generazione in generazione fino a noi nell’idea che sia “naturale” che il mondo funzioni così.
Ti torna qualcosa, mentre leggi?
Ora… non voglio generalizzare o leggere tutto in termini assoluti, ma più passa il tempo, e più riconosco luci e ombre dell’energia Toro nelle dinamiche economiche urbane.
Clara Mattei (economista statunitense) dice:
la classe sociale non è definita dal tuo conto in banca, è definita dalla tua posizione tra le relazioni sociali di produzione.
Tradotto:
lo status e la classe sociale hanno finito per definire chi siamo (ovvero rispondono per noi alla domanda centrale: “di che sostanza sei fatta?”), e per capire dove siamo “tra le relazioni sociali di produzione” dobbiamo chiederci:
da dove arriva la ricchezza che hai?
Dal lavoro, cioè dal tuo tempo venduto a qualcuno (Cerere)? il guadagno è buono, rispetto a quanto fai? (in ogni caso qui ti scontri con il fatto che il tuo tempo è limitato, il tuo corpo si stanca, la tua mente ad un certo punto fuma)
Dalla rendita, dal capitale, dalla proprietà accumulata da te o da chi ti ha preceduto (Eris)?
Dalle competenze e dai titoli accumulati? (Pallade)
Da un tuo talento particolare? (Gong Gong)
Combinando questi elementi che tutte abbiamo in noi con le relazioni di potere sistemiche (Saturno, Plutone, Haumea) tiriamo fuori non solo la nostra classe sociale di appartenenza, ma anche la strada che ci viene richiesta di percorrere per l’abbondanza. Per tornare a noi stesse e alla nostra semplicità.
Ad ogni modo, i meccanismi socio-economici di oggi in relazione allo spazio non sono molto diversi da quelli del Seicento, se si guarda bene.
David Harvey ha coniato un’espressione: accumulation by dispossession.
Ovvero: l’accumulazione per espropriazione non si è fermata nel Seicento, ha solo cambiato sembianze.
Oggi la fa la rendita immobiliare, lo fa lo sfratto, la gentrificazione che ti caccia dal tuo quartiere perché il tuo corpo non produce abbastanza valore per restarci.
Le città contemporanee, in questo senso, sono il nuovo terreno di enclosure:
si recintano gli spazi pubblici, si privatizzano i parchi, si rendono indesiderabili i corpi che non consumano: non so se hai provato ultimamente a pensare “ho due ore di attesa tra un appuntamento e l’altro, dove posso andare senza tirare fuori un euro dalla tasca?”
Soprattutto se sei in una grande città, probabilmente ti sei risposta: “da nessuna parte”.
E questo non dipende propriamente dalla politica. O meglio: le politiche e le istituzioni hanno la responsabilità di arginare qualcosa che però è intrinsecamente scritto nel sistema economico che abitiamo: la distanza inevitabilmente crescente tra chi ha capitale e chi non ce l’ha.
It’s capitalism, baby.
E per questo l’energia del Toro è così complessa e centrale nel mondo in cui viviamo, per tutte.
E mentre accade fuori e ci diciamo che “scegliere la famiglia giusta in cui nascere è un terno al lotto”, in realtà dentro accade che la famiglia e la posizione di partenza che ci scegliamo non sono mai un caso.
Però attraverso le lotte che scegliamo di fare, possiamo alleggerire sia il nostro karma che quello collettivo. E mai come ora ce n’è bisogno.
La svalutazione che ti monta in cucina quando dovresti chiedere il prezzo pieno è l’eco corporea di quattrocento anni di pedagogia che hanno detto a un certo tipo di corpo (femminile, queer, povero, non bianco, contadino, marginale) che non ha diritto al proprio.
Quella che chiamiamo “bassa autostima”, per comodità, in realtà ha un nome più calzante e un’origine specifica. Ed è entrata nei tuoi nervi attraverso secoli, come ora sta entrando nei nervi di coloro a cui viene tolta la casa con prevaricazione.
La mappa dell’architettura
Allora, mo prova a fare una cosa, fatti questa domanda:
dove sento che sono precaria oggi?
In quali punti della mia vita, se mi togli un appoggio, salta il banco?
Magari è il lavoro: un cliente solo che pesa il sessanta per cento del fatturato e quando ritarda il pagamento ti viene la febbre.
Oppure un contratto precario che ti rinnovano ogni sei mesi, e ogni sei mesi aspetti la mail.
Magari è la casa: dal proprietario che speri la venda direttamente a te che paghi l’affitto per riuscire a pagarla un po’ meno.
Una relazione: senza l’altra persona non pagheresti il mutuo, o non avresti chi ti tiene la bambina il martedì.
Oppure la famiglia di origine: se vuoi mollare quel lavoro che ti sta uccidendo, sai già chi ti aiuterà con un prestito, ma sai anche cosa ti chiederà in cambio.
Questi appoggi sono i tuoi collegamenti (quelle “relazioni di produzione” menzionate prima): una rete che può tenerti appesa e può avere la stessa forza di esproprio che ha recintato le terre nel Cinquecento.
Solo che oggi le terre si chiamano contratti, affitti, prestiti, aiuti familiari.
La svalutazione che senti lavora a causa e per quella rete.
Ti rende più cooperativa per paura, più disponibile a non rivendicare, più paziente con un capa che non meriti, più grata di un partner che “vabbè meglio questo che il salto nel buio di lasciarsi”.
In questo senso, l’autostima non è una “qualità caratteriale” che non ti hanno dato perché si sono scordate di distribuirla anche a te.
È la posizione, la postura che hai nel sistema in cui vivi, e quella che hai davanti alla fame.
La vedi ora, l’architettura?
La Spocchia di Cartesio
Maggio 2026
PS: Ti chiedo più del solito di farmi sapere se questo pezzo ti interessa e se ti è piaciuto, perché ci sarebbe tanto altro da dire e da scrivere, e se mi dici “ancora” non lo prendo come un incitamento porno, ma come un incoraggiamento ai miei progetti futuri <3.
Se vuoi prenotare una consulenza personalizzata o fare un percorso con me, da qui puoi fissare una call conoscitiva gratuita.





Vabbè Sofy però così non vale. Questo pezzo è un pugno in faccia. Ora mi tocca un anno di terapia per elaborarlo. Hai dato parola, come sempre, a qualcosa che è talmente radicato da diventare naturale...ma naturale non è. Grazie!
Divorato! Ancoraaaaa😂